“hipster”: una parola in viaggio


#lingua

di Samantha Panarelli per redazione Post Spritzum

Forse sta passando di moda, o semplicemente la si nota meno, ma la moda hipster è ancora piuttosto diffusa, soprattutto fra i giovani e i giovanissimi. Chi siano e come si vestano oramai è noto quasi a tutti e, per i meno aggiornati, viene in soccorso addirittura il Vocabolario Zingarelli (2012) che definisce un hipster come colui il quale

«in base a una cultura individualistica e insofferente delle regole, si rifà alla moda vintage della seconda metà del Novecento, in particolare ai suoi aspetti più trasandati e anticonformisti».

Insomma, si possono definire hipster tutti i “seguaci” di quella moda che ha rispolverato vestiti, accessori e tagli di capelli (e soprattutto di barba e baffi) che non si vedevano in circolazione da qualche decennio a questa parte.

Il termine hipster è di diffusione relativamente recente e viene generalmente associato al gergo giovanile, ma in realtà l’origine di questo anglismo è tutt’altro che odierna: hipster, infatti, è un neologismo nato negli anni Quaranta del Novecento negli Stati Uniti. Questa espressione descriveva gli appassionati di jazz e, in particolare, di bebop; in genere si trattava di ragazzi bianchi della classe media, che emulavano lo stile di vita dei jazzisti afroamericani e usavano questa espressione per distinguersi dai fan dello swing, genere musicale che, verso la fine degli anni Quaranta, cominciava ad essere considerato troppo commerciale e fuori moda.

Il termine si diffonde e acquista nuove sfumature di significato nel periodo della beat generation: in quegli anni, infatti, ne danno definizione autori come Jack Kerouac e Norman Mailer che, nel suo saggio Il negro bianco (1957), descrive l’hipster come un

«uomo che vive nella presenza continua della catastrofe atomica, il bianco che s’identifica con la condizione perpetua di pericolo e di violenza in cui finora sono vissuti i neri».

L’origine del termine, tuttavia, non è chiara; l’Urban Dictionary fa risalire l’etimologia della parola a hop, termine gergale per “oppio”, oppure alle parole wolof hip, che significa “vedere” o hipi, che significa “aprire gli occhi”. Altri considerano la parola come derivata da hipaggiornato, all’ultima moda, moderno” a cui viene applicato il suffisso –ster, che in inglese serve a indicare l’agente. Il vocabolo, nel suo insieme, acquisterebbe il significato di “colui che si tiene aggiornato, colui che segue la moda”.

Si tratta dunque di un vocabolo che ha attraversato il secolo XX per giungere dagli scatenati fan del jazz alle nuove generazioni.

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