Parole e musica


#lingua

Di Samantha Panarelli per redazione Post Spritzum

Senza ombra di dubbio l’inglese è diventato la lingua veicolare del nuovo millennio: dalla moda alla tecnologia, dalla politica allo sport, la lingua inglese sembra aver “invaso” ogni linguaggio specialistico. Tuttavia c’è ancora un ristretto settore in cui, curiosamente, l’italiano continua a godere di un certo prestigio: si tratta dell’ambito musicale.

Infatti, nonostante la maggior parte delle proposte musicali lanciate sul mercato siano cantate in inglese, la musica, nelle sue parti più tecniche, parla ancora italiano.

Sono italiane o di origine italiana le parole che indicano generi di musica o di canto, come ad esempio aria, capriccio, fantasia, fuga, sinfonia, o ancora le parole che indicano i tempi musicali, come adagio, allegro, presto. Infine, sono italiane le parole che indicano i tipi di cantanti lirici, come per esempio il tenore o il soprano.

In molte lingue del mondo, inoltre, i nomi degli stessi strumenti musicali sono di origine italiana: ad esempio, parole derivate dagli italianissimi violino, violoncello, pianoforte (inventato, tra l’altro, da un italiano), flauto e addirittura ocarina (ideata da Giuseppe Donati nel 1867, attingendo ad una voce del romagnolo nativo) si ritrovano non solo nelle lingue europee più vicine geograficamente e culturalmente all’Italia, ma anche in finnico, islandese, lituano, turco, georgiano, coreano, malese, indonesiano, giapponese.

Anche gli attuali nomi delle note in uso nei paesi latini hanno provenienza italiana: essi risalgono, infatti, all’XI secolo e la definizione del loro nome viene attribuita a Guido d’Arezzo, monaco benedettino dell’abbazia di Pomposa. Il monaco, in particolare, avrebbe usato le sillabe iniziali dei primi sei versetti dell’inno a San Giovanni Battista, l’Ut queant laxis, per dare il nome alle note musicali:

«Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Iohannes»

L’antico nome del Do, che appunto era “Ut”, è tuttora in uso in alcuni termini tecnici in Francia (si usa, ad esempio, clef d’ut per chiave di do); il nome attuale, invece, è attestato sin dal 1536 in un testo di Pietro Aretino. Anch’esso ha probabile origine italiana e deriverebbe dalla prima sillaba di Dominus (“Signore”, in senso cristiano), e sarebbe stato introdotto perché più facile da pronunciare rispetto ad Ut.

La diffusione dell’italiano nel linguaggio tecnico della musica ha origini molto antiche e si può datare intorno al XVI secolo: in questo periodo, infatti, la musica italiana si era diffusa in tutta Europa e per questo motivo molti musicisti italiani erano andati a suonare e ad insegnare musica in tutto il mondo portando inevitabilmente con sé l’idioma natio.

Il più grande impulso alla diffusione dell’italiano in ambiente musicale è stato dato però dal melodramma. L’opera lirica italiana, infatti, ha avuto una grande fortuna e una grande tradizione non solo nel Bel Paese, ma anche all’estero: questo ha fatto sì che compositori stranieri del calibro di Mozart abbiano composto melodrammi in italiano.

Ancora oggi, lo studio dell’italiano è fondamentale per tutti coloro che si avvicinano a questa disciplina e questo ha fatto sì che la lingua italiana potesse divenire la quarta lingua più studiata al mondo.

A tal proposito il linguista Luca Serianni ha scritto, nel suo articolo L’italiano tra le altre lingue del mondo, che

«a differenza di quel che vale abitualmente nelle dinamiche linguistiche, l’espansione dell’italiano non è avvenuta attraverso le armi (se non in modo marginale e precario durante l’avventura coloniale). L’affermazione dell’italiano oltre la Penisola, notevole nei secoli XVI-XVIII, è stata garantita quasi esclusivamente dal suo spessore culturale».

Una bella soddisfazione per una lingua parlata quasi esclusivamente all’interno dei suoi ristretti confini nazionali!

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