Folle folle coraggiosa scienza: uomini da crash test

#Scienza
di Federico Mo per redazione Post Spritzum

Intro

Ogni giorno diamo per scontate moltissime cose. Alcune di queste sono però il risultato di faticose ricerche e grandi sacrifici. E prove di coraggio. E di follia.

Colonnello Stapp su slitta a razzo

I manichini da crash test, per esempio.
Oggi siamo abituati, quando si parla di crash test, a immaginarci umanoidi giallognoli con tatuaggi geometrici bianchi e neri in testa e su ben precise parti del corpo. Installati dentro e fuori a questi sostituti dell’uomo vi sono strumenti di rilevazione di vari parametri biofisici che servono per capire gli effetti in caso di vari tipi di incidenti.

Sempre per un simile scopo sono stati creati modelli di simulazione al PC.

Il punto è che entrambi questi approcci sono possibili e hanno un senso nel momento in cui si conosce la risposta quantitativa delle varie parti del corpo umano alle sollecitazioni e agli eventi che si possono verificare in un incidente (urti, pezzi di vetro, incendi e così via).

Serve quindi un’opera di taratura, in modo che il manichino abbia valori di consistenza e di mobilità che corrispondano effettivamente a quelli del corpo umano.
Ma come conoscere questi valori?
La risposta è che si deve sottoporre il sistema che si vuole studiare (il corpo umano) agli stress di interesse.
Un’alternativa è creare oggetti di studio artificiali simili per consistenza e forma e dimensione e studiare gli effetti degli stress su di essi. Ciò non è facile e neppure sempre possibile.

In principio c’era la morte – Inizialmente, in mancanza di un tale manichino tarato si è inizialmente fatto uso di cadaveri. I corpi venivano presi e sottoposti a urti, impatti, tagli.

Colpiscimi ancora! – Ma il corpo umano da vivo risponde diversamente che da morto. E fu così che scienziati coraggiosi e un po’ folli provarono su se stessi e su volontari certi tipi di eventi.
Si fecero schiantare sul petto con un pendolo di metallo, si fecero urtare sul viso da un martello pneumatico rotante ed infine schizzare con vetri frantumati per simulare l’implosione di un finestrino.
Prendevano nota degli effetti e ripetevano l’esperienza. Ovviamente non potevano spingersi oltre una certa soglia di dolore o di danno ( detto in termini più precisi, di stress fisico).

Vivaci sostituti – Allora fecero uso anche delle cavie animali (maiali, lepri belghe).

Ormai tutto ciò è seppellito nel passato, un passato che però non è nemmeno troppo lontano, se ci pensiamo bene. Si parla del periodo che va dagli anni ’50 agli ’80.

Tra i temerari che si sono cimentati in prima persona in questi studi, ricordiamo Lawrence Patrick, che fu professore della Wayne State University, del quale si può leggere una breve intervista riguardo ai sui trascorsi da manichino da crash test al seguente link:
http://www.salon.com/1999/11/19/crash_test/

Per chi è invece interessato alle tappe che hanno segnato l’evolversi di questi utili sostituti dell’uomo può trovare adatti questi link che ne riassumono la nascita e il miglioramento tecnologico:

VIDEO sulla storia di manichini: Crash Test Dummies – A Smashing History (BBC4)

LINK alla storia e tappe dei manichini crash test: History of Crash Test Dummies

http://www.humaneticsatd.com/about-us/dummy-history

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#artistiemergenti: nuovo appuntamento dedicato a band e musicisti emergenti.

di Irene Fascio per redazione Post Spritzum

A due settimane dalla conclusione della Festa della Musica non possiamo non essere nostalgici per quel clima di festa e unione che ha provato tutta la città di Rivoli tra le note di ogni stile musicale dal rock and roll alla taranta.  I ringraziamenti verso gli organizzatori non saranno mai abbastanza, soprattutto per Gigi Giancursi e Piera Melone persone fondamentali e umili che hanno saputo trasmettere la loro passione anche a giovani organizzatori meno esperti di loro, nell’organizzazione di un evento. È giusto però prendersi un momento per  ricordare anche quelle persone che hanno dato vita a questa festa e che sono i veri protagonisti: gli artisti. Da qui nasce l’idea di questa rubrica all’interno della frizzante redazione di Post Spritzum per dar voce ad artisti che non hanno ancora raggiunto la fama del grande pubblico.

foto di Marco Bechis

foto di Marco Bechis

Marco Bechis è uno di questi,22enne di Chieri, inizia a suonare la chitarra da autodidatta all’età di 14 anni,  dopo un breve periodo si accorge che l’amore per questo strumento cresce sempre più, fino a convincersi di prendere lezioni da un maestro. Nel corso degli anni si avvicina a diversi stili musicali dal metal, al blues al funky jazz approfondendo così anche lo studio della chitarra elettrica, crescendo però ritorna in lui l’interesse per la chitarra acustica e vagando sul web si avvicina al cantautorato o usando il gergo tecnico, al one man band. Nonostante non abbia mai preso lezioni di canto si mette in gioco, arrivando a fare cover di artisti famosi fino a creare degli inediti con musica e parole scritte da lui stesso. Per Marco la musica diventa negli anni un modo per riconciliarsi con se stesso, quando la vita incomincia a sfuggirgli di mano e tutto sembra andare in una direzione non facile da gestire razionalmente;la musica è la soluzione.

foto di Marco Bechis

foto di Marco Bechis

Con lui cresce la voglia di trasmettere il proprio senso di benessere ad un pubblico, facendo loro dimenticare i problemi di tutti giorni e allo stesso tempo cercare di far riaffiorare i ricordi,belli o brutti che siano, strappandogli una lacrima o un sorriso, perché in fondo in questa vita siamo tutti sulla stessa barca. Condividendo le nostre emozioni, spesso ci sentiamo più forti e vicini; e farlo attraverso delle buone canzoni a volte può valere più di mille parole. Ma non sempre è facile cercare di realizzare questo sogno soprattutto se sono poche le persone che ti sostengono e che riconoscono i tuoi sforzi. Motivo per il quale spesso un piccolo aiuto, un sorriso,un mi piace sui vari social o semplicemente un messaggio può alimentare quella voglia di sognare che ci viene trasmessa da bambini e che a volte viene persa con il tempo. Infine lasciamoci trasportare dalla musica con la cover di Photograph di Ed Sheeran e un inedito “Restart”  con musica e parole di Marco Bechis.

Lyrics

Autumn leaves on the ground, another day of fights my guitar makes no sound are turned off all the lights looking outside the window I’m asking you ‘God,why?’ and you tell me ‘I don’t know’ no strength here to reply

But I’m tired of sitting here waiting as time passes by I don’t wanna spend another night wasted cause I’m not alright take off my clothes and cut my hair, I’m gonna be free now and I just want you to know that I’m going to restart

I said I doesn’t matter anymore I couldn’t be more wrong every street recalls buried thoughts and they still weigh a ton only now I see the walls around are crumbling and old now outside the day is up and calls and I have to go

But I’m tired of sitting here waiting as time passes by I don’t wanna spend another night wasted cause I’m not alright take off my clothes and cut my hair, I’m gonna be free now and I just want you to know that I’m going to restart

And I don’t care if this is just a dream for now just take me and set me free I only need one safe place where I can be who I wanna be

But I’m tired of sitting here waiting as time passes by I don’t wanna spend another night wasted cause I’m not alright take off my clothes and cut my hair, I’m gonna be free now and I just want you to know that I’m going to restart

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#sport: Brasile – Italia: luci e ombre per gli azzurri

#sport

Silvia Viola per la redazione di Post Spritzum

Ultimo weekend della fase intercontinentale di World League: i ragazzi di Mauro Berruto sono chiamati a sfidare il Brasile di Bernardinho, che ritrova la panchina dopo 10 giornate di squalifica inferta dalla FIVB. Luci e ombre a Cuiabà, Brasile, per l’Italvolley. Nella prima gara trova una netta sconfitta per 3-0, ma si risveglia con una buona reazione d’orgoglio nella successiva vincendo per 3-2.

Il pubblico di Cuiabà è tutto verdeoro, dall’inizio alla fine sostiene i suoi beniamini. La prima partita si gioca di giovedì e Berruto schiera Travica e Vettori in diagonale palleggiatore-opposto, Lanza e Zaytsev in banda, Anzani e Birarelli al centro e Colaci libero. Il Brasile parte con la formazione ideale: Bruninho in cabina di regia e Wallace opposto, Murilo e Lucarelli schiacciatori, Lucas e Isac al centro, Sergio libero.

L’impressione è che il match sia sempre stato in mano al Brasile, con gli azzurri che compiono un notevole passo indietro rispetto all’ultima gara con la Serbia. Nel primo set l’Italia prova a lottare con tutte le sue forze, annullando perfino un set ball. Ma il Brasile, aiutato anche dai molti errori azzurri, soprattutto in battuta, porta a casa il bottino, è 25-20.

Nel secondo set Sabbi rileva uno spento Vettori e gli azzurri si portano subito avanti, registrando un +6 sugli avversari. Ma il vantaggio viene sciupato e il Brasile agguanta l’Italia sul 16 pari. Il finale è molto combattuto, ma è Murilo con un muro su Sabbi a chiudere i giochi in favore dei verdeoro sul 26-24.

Il terzo parziale è quasi un monologo brasiliano, con l’Italia che perde l’orientamento del gioco e lascia Bruninho e compagni a suonare la marcia trionfale fino al 25-19 che sigla il 3-0 per il Brasile.

Il giorno dopo è tutta un’altra storia. L’italia ritrova il suo carattere, il suo cuore e la sua grinta e decide fin da subito di rendere le cose difficili al Brasile. Lo starting six azzurro è il solito: Travica in cabina di regia e Vettori opposto, Lanza e Zaytsev schiacciatori, Anzani e Mengozzi al centro e Colaci libero. L’Italia perde Birarelli al centro a causa di un leggero problema di schiena che lo rende inutilizzabile per la partita. Il Brasile invece schiera una formazione rimaneggiata con Bruninho in palleggio, Evandro opposto, Eder e Lucas al centro, Lipe e Murilo in banda e Sergio libero (tuttavia con larghi spazi per il secondo libero Mario jr).

Il primo set è stato combattuto fino all’ultimo, quando sul 23-21 due errori degli azzurri hanno regalato il set ai brasiliani: 25-21.

Nel secondo parziale Sabbi ha sostituito uno spento Vettori e un’Italia mai arrendevole è stata in grado di condurre la partita (anche se con un minimo scarto). Purtroppo sul 24-20 Travica e compagni non sono riusciti a chiudere subito i conti e hanno dovuto faticare fino ai vantaggi, chiudendo i conti sul 29-27.

Il terzo set Lucarelli è partito titolare nelle fila brasiliane. Il gioco è proseguito punto a punto fino alla fase calda del parziale, il finale, dove una battuta sbagliata dall’Italia sul 24-21 ha regalato il set ai verdeoro (25-21).

Il quarto set è iniziato con il giovanissimo Giannelli (ormai libero dagli impegni di maturità) titolare in regia nella squadra italiana. Nel corso del parziale l’Italia ha perso Lanza, infortunato a una caviglia cadendo sul piede di Lucas in un’azione di gioco, ma sostituito da un ottimo Antonov. Gli azzurri conducono il gioco con caparbietà e senza distrazioni e portano a casa il risultato con un bel 25-19. È tie break.

Il quinto set è molto combattuto, per la gioia degli oltre 11mila tifosi presenti al Ginasio Poliesportivo Professor Aecim Tocantins. I ragazzi di Mauro Berruto sono bravi a non mollare mai la presa sul gioco e alla fine trionfano sul 21-19 dopo una serie lunghissima di match ball annullati da una parte e dell’altra.

L’Italia conclude la propria fase intercontinentale con un pareggio: 6 vittorie e 6 sconfitte, ma con una bella prestazione e soddisfazione nell’aver battuto il Brasile in casa propria. Buoni i segnali provenienti da questa ultima partita, che fanno ben sperare per le prossime Final Six di Rio de Janeiro (15-19 luglio), dove l’Italia incontrerà prima la Polonia e poi la Serbia in quanto facente parte della pool A. Girone di ferro per gli azzurri, ma spettacolo assicurato nel confronto con i campioni mondiali in carica prima e i nemici-amici serbi poi.

Il prossimo weekend saranno protagoniste le squadre di fascia B: parteciperanno alla Final Four di Varna (Bulgaria) che mette in palio un pass per Rio de Janeiro. Saranno Argentina, Francia, Belgio e Bulgaria a contendersi l’ambito posto nella pool B della Final Six brasiliana, insieme a Brasile e Stati Uniti.

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La lettera scarlatta, il peso di un simbolo che brucia sul petto

#letteratura
Di Elisa Boscaino per redazione Post Spritzum

La lettera scarlatta” romanzo celebre di Nathaniel Hawthorne.

la lettera scarlattaHester Prynne, condannata di adulterio, è obbligata a portare per il resto della vita una “A” scarlatta ricamata sui propri vestiti, simbolo del peccato commesso.

Costretta a sopportare quotidianamente le offese e le accuse della comunità, la protagonista porterà su di sé il peso del giudizio senza mai cedere alla tentazione di svelare il nome dell’amante. Dopo aver dato alla luce Perla, il frutto dell’amore adultero, Hester decide di ritirarsi ai margini dell’abitato, allevando la figlia a sopportare il marchio del suo oltraggio peccaminoso.

“La lettera scarlatta” è un’aperta condanna sociale al mondo puritano.
I giudizi morali della comunità gravano sulla vita della donna come la lettera ricamata pesa sul suo petto.
Rossa e scintillante la “A” testimonia il bruciore del dolore e della vergogna.

Contemporaneamente Hester simboleggia il coraggio, l’emblema delle donne perseguitate per le  scelte morali in un mondo dominato dall’ignoranza e dalle imposizioni religiose.
Le leggi del cuore vincono sulla freddezza puritana: l’isolamento sociale non impedisce alla protagonista di amare il padre della figlia, di dedicarsi alla comunità aiutando i meno fortunati e dedicando la propria vita agli altri.

A fine romanzo è possibile conoscere una Hester diversa, determinata, che accetta la condizione alla quale è sottoposta e non se ne vergogna più.
Il riscatto personale è la grande vittoria che ottiene, permettendole di essere giudicata positivamente dalla società in cui vive senza più desiderare di scappare e nascondersi.

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La Spina Centrale: la più grande trasformazione torinese (approfondimento su Spina 1)

#architettura

di Elena Massa per redazione Post Spritzum

La Spina Centrale (fonte: Divisione Urbanistica ed Edilizia privata, settori Progetti di Riassetto Urbano, Comune di Torino

La Spina Centrale (fonte: Divisione Urbanistica ed Edilizia privata, settori Progetti di Riassetto Urbano, Comune di Torino

Questa settimana, e per le prossime quattro, parleremo della più grande trasformazione urbanistica che coinvolge Torino dal 1996, ovvero il Progetto speciale Spina Centrale.
La Spina Centrale è il tratto ferroviario lungo 13 km che parte da corso Rosselli a sud fino a corso Grosseto a nord della città e che coinvolge le attuali stazioni ferroviarie Porta Susa, Dora e Rebaudengo. Come tutti sappiamo, Torino con l’avvio della società Fiat si è contraddistinta come città industriale: molte sono le fabbriche che si sono insediate lungo la ferrovia per permettere con maggiore facilità il trasporto delle merci dagli inizi del ‘900. A partire dagli anni ’60, avviene un declino del settore siderurgico e molte aziende sono costrette a chiudere lasciando in stato di abbandono le zone intorno alla ferrovia per un’area totale di circa 10,5 km2. Questo evento costringe la città a prendere in mano la situazione pensando da subito a come assemblare i pezzi di un territorio spaccato dall’asse ferroviario e dalle fabbriche in disuso. Dal 1986 si iniziano a fare i primi progetti preliminari per creare un nuovo Piano regolatore della città (P.R.G.) al fine di unire le due parti della Torino spaccata. Passano quasi 10 anni prima che avvenga l’approvazione del P.R.G. pensato dagli architetti Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi, tra i più importanti nella scena torinese. Il progetto consiste nell’interramento del tratto ferroviario prima citato e nella creazione di un grande boulevard che corre sopra di esso al posto dei vecchi binari. Intorno al piano stradale le aree dismesse sarebbero state demolite o riutilizzate per creare nuovi luoghi d’incontro, abitazioni, centri per il commercio e centri ricreativi. Per facilitare i lavori di urbanizzazione, la Spina Centrale è stata divisa in quattro tratti principali: Spina 1, da corso Rosselli a corso Peschiera; Spina 2, da corso Peschiera a Piazza Statuto; Spina 3, da Piazza Statuto al fiume Dora Riparia; Spina 4, dal fiume Dora Riparia a corso Grosseto.
Come scritto all’inizio dell’articolo, la descrizione delle trasformazioni che riguardano la Spina Centrale verrà suddivisa in quattro settimane per dare a voi lettori la possibilità di avere tutte le informazioni possibili su questo argomento senza omettere parti importanti. Quindi iniziamo con la descrizione del primo tratto di trasformazione.

Spina 1

Spina 1 (fonte Google maps)

Spina 1 (fonte Google maps)

Il primo tratto della Spina Centrale è probabilmente il più semplice realizzato dal punto di vista urbanistico e soprattutto parte da questo punto l’interramento della ferrovia. I lavori sono partiti nel 1995 e conclusi nel 2000.

Boulevard di Spina 1 (fonte Wikipedia)

Boulevard di Spina 1 (fonte Wikipedia)

Il boulevard è composto da due carreggiate centrali separate da un filare di alberi, ai lati della zona dedicata alle auto un altro tratto alberato fa da divisione al controviale con parcheggi a raso, pista ciclabile e marciapiede. La cosa interessante di questo boulevard sono proprio i filari di alberi centrali poiché non sono stati piantumati direttamente a terra a causa della presenza sotterranea della ferrovia, ma bensì su soletta (ovvero sulla copertura del tratto ferroviario). Ciò crea problemi nel piantare alberi ad alto fusto, ma con la creazione di aiuole che possano contenere minimo 1 metro di terra è possibile inserire anche le Querce piramidali e i Tigli come è stato fatto. Ai lati, invece, in piena terra sono stati inseriti Bagolari e arbusti fioriti.

Edifici su Spina 1 (fonte Google immagini)

Edifici su Spina 1 (fonte Google immagini)

Sul triangolo alla base della Spina sono stati costruiti nuovi edifici residenziali, suddivisi in quattro corti e un supermercato lungo Corso Rosselli. Anche in questo caso gli spazi esterni hanno avuto un occhio di riguardo poiché sono stati inserite piste ciclabili, piazze pedonali, giardini tematici e numerose specie vegetali.

Fontana Igloo di Mario Merz (fonte Museo Torino)

Fontana Igloo di Mario Merz (fonte Museo Torino)

 

Alla punta del triangolo edificato, nella divisione delle due carreggiate, caratterizza l’intera area di Spina 1 la fontana progettata dall’artista Mario Merz (1925-2003) detta Igloo, costruita con una struttura metallica ricoperta da lastre di pietra e luci al neon che indicano i quattro punti cardinali e circondata da getti d’acqua. Quest’opera è una delle 11 che accompagnano, o accompagneranno, tutta la Spina Centrale.

 

Si conclude così la prima parte di questo articolo!

Stay tuned!

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#arte: inaugurate nuove esposizioni al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli

ANDREA BRUNO. PROGETTARE L’ESISTENTE

26 giugno – 13 settembre 2015

di Irene Fascio per redazione Post Spritzum

fonte sito ufficiale Museo Arte Contemporanea

fonte sito ufficiale Museo Arte Contemporanea

Laureato presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, Andrea Bruno, iniziò la sua attività professionale nella Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte, per poi dedicarsi all’attività progettuale e di didattica universitaria. Nel 1974 ha progettato l’Ambasciata d’Italia in Afghanistan. Dal 1974 è Consulente UNESCO per il restauro e la conservazione del patrimonio artistico e culturale, incarico che lo ha portato a partecipare a numerose missioni ufficiali, specialmente in Medio Oriente e nel Nord-Africa. Tra i suoi progetti più noti figurano il Centre d’art contemporain du Mouvement et de la Voix, Les Brigittines, a Bruxelles, il Musée de l’eau a Pont-en-Royans in Francia, il Castello di Lichtenberg in Alsazia, il Musée d’art et d’histoire Romain Rolland a Clamecy, il Conservatoire national des arts et métiers a Parigi, la cittadella universitaria di Fort Vauban aNîmes, il Musée de la Corse a Corte, la sistemazione della zona archeologica di Tarragona. In Italia si è occupato del restauro e dell’allestimento di importanti istituzioni culturali piemontesi, quali il Museo del Risorgimento di Torino a Palazzo Carignano, il Museo d’Arte Contemporanea del castello di Rivoli e il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino, a Palazzo Mazzonis. Dal 2002 è Consigliere per la Divisione culturale dell’UNESCO per l’Afghanistan. Relatore in convegni e conferenze, partecipa inoltre come esperto in giurie di concorsi nazionali e internazionali.

fonte sito artslife

fonte sito artslife

In occasione del trentennale del restauro del museo, il Castello di Rivoli offre un tributo all’architetto torinese Andrea Bruno (Torino, 1931).Allestita negli spazi del terzo piano della residenza storica, la mostra ripercorre l’ampia e articolata attività  professionale dell’architetto: dai primi progetti svolti negli anni ’60 tra i quali, i rilievi e il consolidamento del castello abbandonato dopo la seconda guerra mondiale a Rivoli, al più recente progetto del restauro della Cattedrale di Bagrati in Georgia. Da più di cinquanta anni Bruno si occupa del restauro di edifici storici, della progettazione di musei, della realizzazione di abitazioni private e del consolidamento e censimento di siti archeologici in tutto il mondo sotto l’Unesco, di cui è consulente dal 1974.

fonte sito ufficiale Museo d'Arte Contemporanea

fonte sito ufficiale Museo d’Arte Contemporanea

Andrea Bruno. Progettare l’esistente si articola in tre aree espositive.

Il visitatore, giunto al terzo piano, viene accolto dall’effetto ottico e illusorio creato dall’accostamento tra lo sporto panoramico e la sua immagine.
Il percorso, dal primo ambiente del sottotetto, si snoda poi attraverso altre sale che ospitano opere della collezione del museo in stretto dialogo con la prassi dell’architetto. Nel grande salone è quindi allestita la storia della carriera professionale di Bruno, tra documenti originali, disegni, prospetti, fotografie e modelli delle principali opere realizzate, con una particolare attenzione al restauro del museo.La mostra si conclude ribadendo il dialogo serrato con il luogo ospitante attraverso la presentazione di un’opera della collezione.

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Il Mambo, un mondo pieno di passione e frenesia

#danza
Articolo di Valeria Sorrenti per redazione Post Spritzum

Le origini del Mambo non sono facilmente databili ma sicuramente sono molto antiche, basti pensare che Mambo è il nome di una divinità cubana che è stata identificata nel dio della guerra. In onore di questo dio si eseguivano danze all’aperto probabilmente solo maschili e comunque per il loro carattere rituale, dominate da combattenti e capi tribù. Secondo alcuni studiosi “Mambo” è stato usato a lungo non tanto per definire una tipologia di danze, ma tutta la musica di ispirazione religiosa propria delle pratiche Voodoo, che faceva da base alle danze stesse. Tale musica serviva a mettere in contatto danzatori e divinità. Infatti il termine mambo significherebbe “conversazione con gli dei” in kikongo, l’idioma parlato dalle popolazioni dell’Africa centrale emigrate a Cuba.

Nel 1938 inizia la storia del Mambo, grazie a una canzone scritta da Orestes e Cachao López intitolata proprio “Mambo”. Due anni dopo nasce il ballo con delle figure che cominciano seguendo il secondo tempo della musica oppure in tre passi nei primi tre tempi e una pausa nel quarto. Gli strumenti a percussione che lo caratterizzano sono le congas, i bonghi, le maracas, la clave e la cabasa. Con il passare del tempo il termine mambo identificò inequivocabilmente un particolare modo di ballare riferito specialmente al folklore popolare cubano e fu proprio la struttura flessibile della danza che ne consentì l’arricchimento successivo, attraverso l’assimilazione di elementi africani e di motivi appartenenti alla cultura jazz. Secondo Oscar Hjiuelos il mambo è nato dalla voglia degli schiavi di ‘scatenarsi’ nel vero senso della parola: una volta liberi dalle catene essi inventarono il più frenetico dei balli dopo anni di costrizioni, durante  i quali dovettero ripiegare  su danze statiche quali rumba e merengue. Pur essendo un genere musicale e un tipo di danza pieno di frenesia e vitalità, il mambo ha comunque subito ostilità e divieti da parte delle autorità civili e religiose. In Messico e in America meridionale il mondo del mambo fu interpretato dall’aristocrazia e dalla Chiesa come un qualcosa di osceno. Ma nulla di tutto ciò permise alla gente di fermarsi a ballare. Nonostante le critiche e le condanne, questo genere è riuscito a conquistare le persone e a fare in modo di arrivare ben presto anche in Europa, attirando tutti con la sua forza e ritmo incalzante. La bramosia di questa danza e musica ben si adattarono al clima di rinascita e alla voglia di ricostruzione che fermentavano nei paesi occidentali, da pochi anni usciti dalla seconda guerra mondiale. A livello di esecuzione sono state inventate centinaia di figure che consentono ai ballerini di danzare sul posto o di spostarsi lungo i quattro lati della pista con incroci e passi sempre diversi. A partire degli anni settanta, grazie a un incontro degli immigrati dell’America latina a New York, nasce la salsa. È un genere musicale ed un ballo, in cui il mambo è uno degli elementi fondamentali.

Chi non si ricorda del famosissimo film “Dirty Dancing”? Un film uscito nel 1987 che è entrato nella storia del cinema e della danza, coinvolgendo diverse generazioni. A distanza di ben 28 anni, riesce ancora a suscitare emozioni meravigliose e appassionare fasce di pubblico differenti. Molte coreografie presenti in molte scene del film sono vere e proprie rappresentazioni del passionale e frenetico mambo.

Quest’estate parte in Italia il tour del musical ispirato al film: Dirty Dancing – The Classic Story On Stage, che con i suoi diversi debutti internazionali, ha registrato mesi e mesi di tutto esaurito e ha ottenuto la più alta prevendita nella storia del West End londinese. Il musical torna in un allestimento tutto nuovo, una versione che si annuncia ancora più ricca e spettacolare con una nuova regia firmata da Federico Bellone, le nuove coreografie di Gillian Bruce e le nuove imponenti scenografie di Roberto Comotti, professore emerito dell’Accademia delle Belle Arti di Brera.
E il finale dello spettacolo è del tutto sorprendente: Johnny scenderà a ballare in platea, coinvolgendo tutto il pubblico in una grande festa di gioia, passione e forte emozione!

Le tappe del tour:
Barclays Teatro Nazionale di Milano
Arena Mario Incisa della Rocchetta di Bolgheri
Arena della Regina di Cattolica
Arena di Verona Gran Teatro di Roma

Per maggiori informazioni sul cast, le date e i biglietti del tour, consultare il sito ufficiale.

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